The Sky is a Neighborhood – Foo Fighters

Metti due settimane di vacanza alle Hawaii.

Metti la sgradevole sensazione di non aver chiuso per bene il proprio lavoro: che ci sia ancora qualcosa in sospeso.

Metti una sera sull’erba a guardare il cielo stellato cercando di non pensarci…

Metti Dave Grohl al centro della scena e un video postato su You Tube di Neil deGrasse Tyson, uno dei più famosi e frizzanti astronomi e divulgatori scientifici.

“Ero sdraiato sull’erba guardando la notte stellata delle Hawaii” dice Dave Grohl a Rolling Stonee mi sono ricordato di un video di Neil DeGrasse Tyson che avevo visto, intitolato “The most astounding fact”. Sono sempre stato un osservatore del cielo sin da quando ero piccolo; fissavo il cielo aspettando un segno. E così ho scritto la canzone The Sky is the Neighborhood

Non si perde in fronzoli Neil deGrasse Tyson, il concetto del suo video è semplice: noi siamo polvere di stelle. Gli atomi che compongono il nostro corpo – ossigeno, carbonio, fosforo, azoto… – sono stati creati all’interno delle stelle.

Ogni elemento chimico è composto da un atomo cosiffatto: un nucleo – in cui stanno protoni e neutroni – e gli elettroni che ruotano attorno al nucleo. Ciò che caratterizza ogni elemento chimico è il numero di protoni nel nucleo.

L’elemento più semplice ha 1 protone ed è l’idrogeno – poi troviamo l’elio con 2 protoni, poi il litio con tre, berillio con 4,  boro con 5, carbonio con 6 e così via…

Resti dell’esplosione di supernova osservata nel 1604 – SN1604

A partire da idrogeno e un po’ di elio le stelle, nel loro cuore, in milioni o miliardi di anni cucinano gli elementi chimici più complessi; le stelle più massicce concludono poi la loro vita con una grande esplosione disperdendo gli elementi chimici nell’universo.

E’ andata più o meno così: circa 5 miliardi di anni fa, da una nube di gas e polveri composta da quegli elementi è nato il Sole e attorno a lui otto pianeti; su uno di quei pianeti, che noi chiamiamo Terra, utilizzando gli elementi chimici disponibili – ossia carbonio, azoto ecc.  – è nata la vita.

Ecco come lo spiega Dave Grohl “Sostanzialmente – il video di Neil deGrasseTyson –  parla del fatto che gli atomi che compongono la vita sulla Terra e che costituiscono il corpo umano sono rintracciabili agli albori dell’universo. Stelle che diventano instabili e collassano, esplodono e buttano fuori le proprie viscere e i loro ingredienti fondamentali per la vita vengono sparpagliati per tutto l’universo; nuovi sistemi solari si formano e i pianeti che orbitano attorno alle stelle hanno gli ingredienti per formare la vita. E quando guardi il cileo stellato realizzi che non sei una parte dell’universo, ma l’universo è parte di te. Mi ha davvero toccato”

In soldoni: il 70% del nostro corpo è composto di acqua; l’acqua è un elemento la cui molecola è composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno; l’ossigeno è stato sintetizzato in qualche stella che era qui nei “paraggi” miliardi di anni fa e che è esplosa. L’idrogeno no, non deriva dalle stelle; l’idrogeno è arrivato a noi direttamente del Big Bang… Gli atomi di idrogeno che compongono il nostro corpo hanno… 13,7 miliardi di anni.

Che Dave Grohl fosse un attento scrutatore del cielo ce ne eravamo accorti fin dal 1994: chiusa drammaticamente la sua esperienza con i Nirvana (l’8 aprile 1994 Kurt Cobain verrà trovato morto nella sua casa a Seattle), Grohl decide di non darsi per vinto e di provare a dare luce alle più di 40 canzoni che ha già scritto.

In una settimana incide 15 canzoni: Dave Grohl alla voce, Dave grohl alla batteria, Dave Grohl alla chitarra, Dave Grohl a qualunque strumento compaia… ora serve un nome, un nome che abbia il suono di una band – perchè Dave non ha intenzione di far tutto da solo per sempre –

And I called it ‘Foo Fighters’ ‘cause I wanted people to think it was a group.

Il termine foo fighters venne utilizzato dai piloti dell’aeronautica militare della seconda guerra mondiale per indicare quei fenomeni di Unidentified Flying Object (UFO) sospettati di essere armi segrete impiegate dal nemico.

“I’ve always been kind of a UFO nut, but also, it almost sounded like a gang, you know, like a karate gang or something. Foo Fighters! So yeah, it worked!

Yes Dave, it worked! Dave forma la sua band e porta a compimento 9 album in studio, mischiando pop, metal e punk, scalando le classifiche e diventando un vero e proprio rappresentante della cultura rock

ll 15 settembre 2017 esce Concrete and Gold ultimo capolavoro della band preceduto dai singoli Run e The Sky is the Neighborhood

Per il video di The Sky is the Neigborhood Dave Grohl ritorna agli UFO e ingaggia come protagoniste le sue due figlie:

“E’ strano perchè buona parte del video si base su un sogno che ho fatto 20 anni fa in cui stavo camminando lungo la costa italiana al tramonto; le stelle iniziavano a comparire nel cielo e tutt’a un tratto il cielo si è riempito di milioni di UFO che sciamavano in giro. Poi ognuno è caduto sulla terra e gaurdava in alto e c’erano dei film proiettati in cielo sull’evoluzione dell’uomo , su nuovi territori e su come li avrebbero divisi e perchè noi siamo qui e come siamo stati creati; questo sogno è rimasto con me per tutta la vita…”

Finchè Dave, la connettivina del rock, ha preferito condividerlo con noi…

 

The sky is a neighborhood
So keep it down
The heart is a storybook
A star burned out

The sky is a neighborhood
Don’t make a sound
Lights coming up ahead
Don’t look now

The sky is a neighborhood
The sky is a neighborhood
Don’t look now

Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

Mind is a battlefield
All hope is gone
Trouble to the right and left
Whose side you’re on?

Thoughts like a minefield
I’m a ticking bomb
Maybe you should watch your step
Don’t get lost

The sky is a neighborhood
The sky is a neighborhood
Don’t get lost

Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

The sky is a neighborhood

The heart is a storybook
A star burned out
Something coming up ahead
Don’t look now

Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

(The sky is a neighborhood)
Oh my dear
Heaven is a big band now
Gotta get to sleep somehow
(The sky is a neighborhood)
Bangin’ on the ceiling
Bangin’ on the ceiling
Keep it down

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Johnny B. Goode – Chuck Berry

“Sei in gamba ragazzo, dovresti venire a trovarmi a Chicago e portare qualcosa da lavorarci su”

L’invito viene direttamente dal maestro del blues Muddy Waters ed é rivolto ad un ragazzo che si esibisce regolarmente al Cosmopolitan di St. Louis. Il ragazzo ha 28 anni, due figli, un diploma in acconciatura e cosmetica e qualche guaio con la legge per una rapina a mano armata.  Ma soprattutto ha una pazza voglia di suonare la chitarra e raccontare un po’ della rivoluzione che sta scuotendo gli Stati Uniti, quella celebrata da “Gioventu bruciata“, fatta di bande, flirt, musica, corse in automobili e di ribellione alla morale imperante.

Il suo nome é Charles Edward Anderson Berry, meglio noto come Chuck Berry ed è colui che darà forma, stile, sostanza e ispirazione al rock’ n’roll..

«Quando sento del buon rock, del calibro di quello di Chuck Berry, cado praticamente in ginocchio. Nient’altro della vita mi interessa. Il mondo potrebbe finire e non me ne importerebbe » John Lennon

Nel 1955 su invito di Muddy Waters, Chuck Berry si ritrova a Chicago con due canzoni da far sentire a Leonard Chess: Wee Wee Hours e Maybellene; inaspettatamente sarà la seconda a far breccia nel cuore di Chess che chiede a Berry di eseguirla con più ritmo, sempre più ritmo e sempre più cruda… E gli americani apprezzano: «L’epoca delle chitarre rock & roll comincia qui» dichiara la rivista Rolling Stone posiziona la canzone a  18-esimo posto delle 500 canzoni più belle di tutti i tempi.

Iniziano così gli anni d’oro di Chuck Berry che pubblica uno dopo l’altro grandi successi come Roll Over Beethoven, School Day, Rock and Roll music, Sweet little Sixteen, Carol  e Johnny B. Goode.

E’ il 1958 quando Chuck Berry pubblica Johnny B. Goode, una canzone che canta il sogno americano, il self made man, chi con il duro lavoro e un po’ di abilità riesce a diventare qualcuno. C’è un po’ di lui e del suo inseparabile pianista Johnnie Johnson in questa canzone scritta in realtà tre anni prima, nel 1955; ora sarebbe da verificare se Berry l’abbia scritta prima o dopo il 12 novembre 1955, giorno in cui Marty McFly  la propone all’impreparato pubblico del ballo del liceo “Enchantment Under the Sea” e Marvin Berry è pronto con la cornetta del telefono a far ascoltare il nuovo sound al cugino Chuck.

Insomma Johnny B. Goode non è soltato una delle più celebri canzoni al mondo, al settimo posto della classifica di Rolling Stone, ma è protagonista nel film “Ritorno al Futuro” come esempio perfetto di uno dei più complessi paradossi temporali:  il paradosso della conoscenza.

Alla fine degli anni ’50 Chuck Berry viene – di nuovo – arrestato per essersi intrattenuto con una quattordicenne che lavora in un locale di sua proprietà e la sua carriera subisce una brusca battuta d’arresto.

Il 20 agosto e il 5 settembre 1977  le sonde Voyager 2 e Voyager 1 rispettivamente sono pronte a sulla rampa di lancio per essere lanciata alla volta di Urano e Nettuno la prima e Giove e Saturno la seconda.

Sono due sonde identiche e a bordo di entrambe  viene messo un disco placcato in oro su cui sono registrati alcune immagini e suoni rappresentativi del pianeta Terra, nella remota possibilità che una forma di vita aliena – in grado di far funzionare un grammofono – lo recuperi dallo spazio interstellare.

Il Voyager Golden Record, così è chiamato il disco, riporta sulle copertina informazioni sulla nostra posizione nell’universo, le nostre conoscenze in merito alla struttura dell’atomo di idrogeno, e su come vada ascoltato un disco per grammofono.

E’ una commissione guidata da Carl Sagan che deve scegliere i pezzi da inserire nel disco: suoni naturali di pioggia, vento, mare e tuoni, canto di uccellini e versi di animali, saluti di abitanti della terra in 55 lingue diverse, un discorso del presidente Jimmy Carter e 90 minuti di suoni prodotti dagli abitanti della terra, qualcosa di cui le varie nazioni possano dirsi orgogliose;  un biglietto da visita dell’umanità.

Per la Germania ci sarà Bach, per la Russia Stravinsky, per Italia Beethoven interpretato dal quartetto italiano e per gli Stati UnitiChuck Berry con la travolgente Johnny B. Goode!

Nel 1977 Chuck Berry si trova a cavallo tra l’album Chuck Berry pubblicato con la Chess Records nel 1975 e l’album  Rock it pubblicato nel 1979 con ATCO Records e passa il suo tempo sui palchi e a strimpellare la sua chitarra riproponendo i suoi cavalli di battaglia.

E chissà dove si trova esattamente la sua Johnny B. Goode incisa sul Voyager Golden Record quando Chuck Berry si esibisce alla Casa Bianca al cospetto di Jimmy Carter il 1° giugno 1979

Quello che sappiamo è che quando Chuck Berry si spegne, a 90 anni e cinque mesi, il 18 marzo 2017, ha appena finito di incidere il suo nuovo album “Chuck” e le sonde Voyager si trovano nello spazio interstellare a circa 20 miliardi di chilometri dal Sole.

E se un giorno intelligenti esseri alieni recuperassero il Voyager Golden Record, seguissero le istruzione contenute e venissero a trovarci… potremmo anche vederli scendere dall’astronave al passo dell’anatra!

Johnny B. Goode!

 

Deep down in Louisiana close to New Orleans,
Way back up in the woods among the evergreens…
There stood a log cabin made of earth and wood,
Where lived a country boy named Johnny B. Goode…
who never ever learned to read and write so well,

But he could play a guitar just like ringing a bell.

Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny go! Go! Johhny B. Goode

He used to carry his guitar in a gunny sack
or sit beneath a tree by the railroad track.
Oh, the engineers would see him sitting in the shade,
strumming with the rhythm that the drivers made.
The people passing by they would stop and say
Oh my what that little country boy could play

Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny go! Go! Johhny B. Goode

His mother told him: “Someday you will be a man,
And you will be the leader of a big old band.
Many people coming from miles around
To hear you play your music when the sun go down
Maybe someday your name will be in lights
Saying Johnny B. Goode tonight.”

Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny Go! Go!
Go Johnny go! Go! Johhny B. Goode

***

Nella bassa Louisiana, vicino a New Orleans
nel profondo della foresta tra i sempreverde
c’era una capanna fatta di terra e legno
dove viveva un ragazzo di campagna chiamato Johnny B. Goode
non imparò mai a leggere ne a scrivere bene
ma suonava la chitarra come fosse un campanello

Vai!Vai!Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, Vai Johnny B. Goode

Portava la sua chitarra in una borsa di pelle
Si sedeva sotto l’albero vicino alle rotaie
Vecchi ingegneri lo vedevano seduto nell’ombra
suonava con il ritmo che davano i conducenti
quando la gente passava si fermava e diceva
Oh, che suoni riesce a fare quel piccolo ragazzo di campagna

Vai!Vai!Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, Vai Johnny B. Goode

Sua madre gli diceva un giorno sarai un uomo
sarai a capo di una grande banda musicale
molta gente viene da lontano
e ti sente suonare mentre scende il tramonto
forse un giorno il tuo nome sarà su un insegna
che dice Stasera Johnny B. Goode

Vai!Vai!Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, Vai Johnny B. Goode

 

 

 

 

“Noi e l’Universo”

“Noi e l’universo”

Consapevoli e felici del nostro posto nel cosmo

– conferenza di Ilaria Arosio –

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Ad ogni nostro battito di ciglia la Terra compie centinaia di chilometri; lo fa da quando è nata, miliardi di anni fa, silenziosa e costante; e noi con lei.

Sopra le nostre teste nell’azzurro del cielo, in un angolo grande quanto l’unghia del nostro pollice, si nascondono migliaia di galassie; ognuna di loro è formata da centinaia di miliardi di stelle; stelle e galassie che nascono, vivono, evolvono e si trasformano.

Noi siamo parte di questa immensità; la consapevolezza di quanto ci avvolge, del suo profondo e continuo mutare, ci restituisce orizzonti ampi verso cui volgere il pensiero e il respiro.

È stato spesso detto che l’astronomia è un esercizio di umiltà: non siamo che minuscoli punti dell’infinito cosmo; eppure lo sforzo umano di comprensione dell’universo, il tentativo di spingere sempre un po’ più in là le colonne d’Ercole della conoscenza è un’impresa grandiosa e commovente.

La consapevolezza delle enormi distanze e degli astronomici tempi ci mette tra le mani una grande responsabilità: “quella di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto” (cit. Carl Sagan).

Sarà un viaggio con i piedi radicati a Terra e lo sguardo rivolto al Cielo.

“L’universo è pieno di cose magiche in paziente attesa che le nostre facoltà mentali si affinino”. (Bertrand Russell).

***

Vedi gli appuntamenti in programma della conferenza

***

 

 

Show must go on – Queen

“Empty Spaces,

what are we living for?”

Non esiste verso che affiori alla mente con più forza davanti a questa fotografia.

Già, perchè di una fotografia si tratta: scattata dalla Sonda Cassini il 12 aprile 2017 quando era nei pressi di Saturno, ad una distanza dalla Terra di un miliardo e 400 milioni di chilometri.

La sonda Cassini, chiamata così in onore dell’astronomo Giovanni Domenico Cassini  è stata lanciata il 15 ottobre 1997 alla volta di Saturno con l’obiettivo di studiare il meraviglioso pianeta, con il suo splendido sistema di anelli e i suoi promettenti (in termini di vita) satelliti.

La sonda ha concluso la sua vita con uno straordinario tuffo nell’atmosfera di Saturno, preceduto da ripetuti volteggi tra gli anelli. Dopo aver trovato un’atmosfera attorno a Encelado e del propilene su Titano, poco prima della fine della sua missione (15 settembre 2017) Cassini scatta questa foto della Terra.

E fotografa la nostra vera dimensione.

Poco prima della fine della missione sulla Terra di Freddy Mercury, il 14 ottobre 1991 i Queen pubblicano il singolo Show must go on .

E cantano la nostra vera dimensione.

Si tratta in realtà dell’ultima traccia dell’album Innuendo, pubblicato nel febbraio del 1991. Show Must go on è una poesia nata dalle mani di Brian May che si appoggia su una successione di accordi scritta da John Deacon. Brian temeva che Freddy, gia debilitato dalla malattia, non riuscisse a prendere le note richieste dalla canzone con la sua solita potenza; ma al momento dell’incisione Freddy sorprende tutti: beve un bicchiere di vodka e dichiara: “Cazzo se lo farò!”

« The Show Must Go On è venuta fuori dalla riproduzione di una sequenza effettuata da Roger e Deacon, con me che iniziai a lavorarci sopra. All’inizio, si trattava solo di vari accordi messi assieme, ma sentivo dentro di me che sarebbe potuta diventare qualcosa di importante. Ne iniziai a parlare anche con Freddie e, dopo esserci seduti insieme, decidemmo il tema del brano e scrivemmo i primi versi. Ho sempre pensato che sarebbe stato importante farla perché avevamo a che fare con cose che erano difficile da discutere, in quel momento. Ma nel mondo della musica, tutto si può fare. » Brian May, 1994

Poche cose hanno senso davanti all’immagine della Terra fotografa da Cassini

Una è questa pietra miliare della musica.

L’altra sono le parole di Carl Sagan:

«Guardate quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. […]

Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. . […]

La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte.

È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere.

Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo.

Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto»

In realtà Carl Sagan scrive questo testo a partire da quest’altra immagine: una foto scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1 quando si trovava a 6 miliardi di km dalla Terra. E’ lo stesso Carl Sagan a suggerire di ruotare la sonda e scattare la foto in direzione del nostro pianeta. Questa foto è nota con il nome di Pale Blue Dot

“Riesco a volare, amici miei
Lo spettacolo deve continuare
Lo spettacolo deve continuare
Lo affronterò con un largo sorriso
Non mi arrenderò mai
Avanti con lo spettacolo
Sarò l’attrazione principale, esagererò
Devo trovare la volontà di andare avanti
Avanti con lo…
Avanti con lo spettacolo
Lo spettacolo deve continuare…”

Là – qui – in quel minuscolo puntino, lo spettacolo deve continuare!

E lo spettacolo continuerà, occupandoci più gentilmente l’uno dell’altro, preservando e proteggendo il pallido punto blu. Buon 2018!

SHOW MUST GO ON – QUEEN

Empty spaces – what are we living for
Abandoned places – I guess we know the score
On and on
Does anybody know what we are looking for

Another hero another mindless crime
Behind the curtain in the pantomime
Hold the line
Does anybody want to take it anymore

The show must go on
The show must go on
Inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on

Whatever happens I’ll leave it all to chance
Another heartache another failed romance
On and on
Does anybody know what we are living for
I guess I’m learning
I must be warmer now
I’ll soon be turning round the corner now
Outside the dawn is breaking
But inside in the dark I’m aching to be free

The show must go on
The show must go on – yeah
Ooh inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on

Yeah, oh oh oh

My soul is painted like the wings of butterflies
Fairy tales of yesterday will grow but never die
I can fly – my friends

The show must go on – yeah
The show must go on
I’ll face it with a grin
I’m never giving in
On with the show

I’ll top the bill
I’ll overkill
I have to find the will to carry on
On with the
On with the show

The show must go on, go on, go on, go on, …

***

Spazi deserti, per cosa viviamo?
Luoghi abbandonati, forse noi conosciamo già la partitura
Avanti e ancora avanti, qualcuno sa
cosa stiamo cercando…
Un altro eroe, un altro insensato crimine
dietro le quinte, nella pantomima
Resistere, c’è qualcuno che ce la fa ancora?
Lo spettacolo deve continuare
Lo spettacolo deve continuare
Dentro ho il cuore a pezzi
Il trucco si sta sciogliendo
ma il mio sorriso indugia ancora
Qualunque cosa succeda, lascerò tutto al caso
Ancora dolore, un’altra storia d’amore finita
Avanti e ancora avanti,
qualcuno sa per cosa viviamo?
Forse sto imparando, dovrei essere più cordiale, ora
Presto girerò l’angolo, ora
Fuori inizia ad albeggiare
ma dentro, nell’oscurità, soffro a essere libero
Lo spettacolo deve continuare
Lo spettacolo deve continuare
Dentro ho il cuore a pezzi
Il trucco si sta sciogliendo
ma il mio sorriso indugia ancora
La mia anima è dipinta come le ali delle farfalle
Le fiabe del passato crescono ma non moriranno mai
Riesco a volare, amici miei
Lo spettacolo deve continuare
Lo spettacolo deve continuare
Lo affronterò con un largo sorriso
Non mi arrenderò mai
Avanti con lo spettacolo
Sarò l’attrazione principale, esagererò
Devo trovare la volontà di andare avanti
Avanti con lo…
Avanti con lo spettacolo
Lo spettacolo deve continuare…

Carissimo zio…

1908: da Elsa a Giovanni Virginio (Schiaparelli)

Nei primi decenni del XX secolo chi non voleva uniformarsi all’eleganza comune ma voleva colpire e scardinare le regole del costume doveva fare tappa al numero 21 di Place Vendôme a Parigi ed entrare nello stravagante atelier di Elsa Schiaparelli, unica degna rivale di Coco Chanel nel periodo tra le due guerre e una delle stiliste più innovative di tutti i tempi.

Elsa nasce nel 1890 in via Corsini a Roma, da una poliedrica e aristocratica famiglia italiana di origine piemontese: gli Schiaparelli. Il padre Celestino, celebre arabista, è direttore della biblioteca della Accademia dei Lincei, lo zio Ernesto è direttore del Museo egizio di Torino e lo zio Giovanni è l’astronomo noto per la descrizione dei canali di Marte e direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera dal 1862 al 1900.

Il fratello di mio padre, Giovanni Schiaparelli, era una persona straordinaria. Dirigeva l’Osservatorio di Brera a Milano. […] Gli piacevo perché, diceva, ero nata con la costellazione dell’Orsa Maggiore sulla guancia. Ovviamente, si trattava di nei. Mi portava sempre a guardar le stelle con il suo grande telescopio e, tenendomi in braccio, mi spiegava perché pensava che su Marte abitassero persone come noi; credeva addirittura che lassù ci fosse la mietitura. La sua scoperta dei canali di Marte venne accolta come un grande evento nel mondo dell’astronomia. Lo zio possedeva una villa napoleonica vicino a Milano dove passavo ore felici seduta per terra in un angolo mentre cucinavano la polenta. Per me era una persona semplice, con una grande energia in un piccolo corpo, che scopriva sempre nuovi mondi, che intuiva i misteriosi rapporti tra le stelle e le comete e mi descriveva Marte come se fosse appena tornato dopo averci soggiornato a lungo.(*)

Tra le carte del celebre astronomo, nell’archivio dell’Osservatorio di Brera, troviamo oggi una lettera autografa di Elsa. È raccolta insieme alla poca altra corrispondenza del pur numeroso parentado e subito, solo a guardarla, colpisce per la sua grafia così “eccentrica” e per un orientamento dei fogli quantomeno originale.

Il 20 giugno del 1908, all’approssimarsi dell’onomastico, Elsa scrive allo zio Giovanni la nostra lettera di auguri affettuosi, senza nascondere la sua tristezza e la sua frustrazione nel trovarsi sola, tra i monti svizzeri, in una situazione che lei definisce “esiglio”.

Si tratta probabilmente di uno dei tanti soggiorni in un educandato svizzero gestito da suore, grazie ai quali la famiglia cerca di rimettere sui binari una figlia un po’ troppo fantasiosa e spumeggiante che dapprima pensa di diventare attrice e poi pubblica poemi a sfondo erotico.

Servirà a poco: con la scusa di fare da levatrice a figli di amici, residenti nella campagna londinese, Elsa cerca e trova presto la sua via di fuga per l’indipendenza.

Si sposa a Londra nel 1914 con il conte William de Wendt de Kerlor e, abbandonata a New York dallo stesso conte con la neonata figlia Gogo tra le braccia, incomincia a frequentare gli artisti dell’avanguardia dadaista.

Si trasferisce poi a Parigi, ospitata dalla moglie di François Picabia, il celebre artista, e si reinventa stilista, grazie ad un’intuizione che la porta a creare maglioni con uno strano effetto trompe l’oeil, in collaborazione con una rifugiata armena; particolarmente fortunata è la maglia nera con il fiocco realizzato con la innovativa tecnica della maglia doppia: Schiaparelli è sulla bocca di tutti e non è che l’inizio.

Un maglione con l’immagine di uno scheletro sconvolse i benpensanti ma arrivò sui giornali che a quel tempo non si occupavano molto di moda. Le linee bianche sul maglione seguivano il disegno delle costole, generando un effetto raggi x sulle donne che lo indossavano.(*)

Permeabile a qualunque tipo di arte e fortemente legata all’ala surrealista, Elsa Schiaparelli crea abiti ispirandosi alla scultura, all’industria, ai mezzi di trasporto e allo sport e all’architettura.

Imparò alcune regole riguardo ai vestiti, aiutata probabilmente dalla bellezza che l’aveva circondata durante tutta l’infanzia. I vestiti dovevano ispirarsi all’architettura: non bisogna mai dimenticare il corpo e bisogna usarlo come si usa la struttura in un edificio. Le linee e i dettagli stravaganti o un effetto asimmetrico devono sempre essere in stretto rapporto con questa struttura. Più il corpo viene rispettato più vitalità acquisisce il vestito. Si possono aggiungere imbottiture e fiocchi, si possono abbassare o alzare le linee, modificare le curve, accentuare questo o quel punto ma l’armonia deve restare.(*)

 

Elsa sarà la prima a sviluppare collezioni a tema: Fermati, Guarda e ascolta, Le farfalle, Gli strumenti musicali e quella forse più famosa, Il circo. Ma, per la collezione autunno/inverno 1938/39, Elsa fa un tuffo nel passato; ripensa forse allo zio, al cielo stellato e realizza una collezione che passerà alla storia per la sua potenza iconica: Astrologie (con buona pace degli astronomi che tanto si battono per distinguere la loro disciplina dalle baggianate dell’astrologia).

L’elemento di punta della collezione è la giacca Zodiaco in velluto blu (Fig. 2), con ricami a forma di luna, stelle, pianeti e costellazioni, realizzati dalla celeberrima Maison Lesage; spicca in particolare, sulla spalla, la costellazione dell’Orsa Maggiore, la stessa che lo zio le riconosce sulla guancia e con l’immagine della quale Elsa realizza per sé un’inseparabile spilla.

Antesignana della rivoluzione della Space Age, che arriverà negli anni Sessanta ad opera di Pierre Cardin, André Courrège e Paco Rabanne, la Schiap (come ama chiamarsi lei) sfrutta ogni tipo di materiale per creare vestiti. Realizza abiti con cellophane e vetro, accessori in plexiglass, bottoni di ogni tipo con penne, catene, lucchetti, animali, caramelle ed è la prima a dare risalto alla chiusura a lampo, fino a quel momento nascosta all’interno dei vestiti, mettendola in vista e dandole un senso estetico.

Tra le sue fedeli acquirenti troviamo Katerine Hepburn, Mae West, Gary Cooper e l’angelo azzurro Marlene Dietrich. Proprio ispirandosi al busto che Mae West le lascia in atelier per riprodurre perfettamente le sue misure, Elsa crea la boccetta del profumo Shocking, confezionato con il colore da lei stessa inventato, il rosa shocking

Il colore d’un tratto mi si parò davanti agli occhi: brillante, impossibile, sfrontato, piacevole, pieno di energia, come tutta la luce, tutti gli uccelli e tutti i pesci del mondo messi insieme, un colore proveniente dalla Cina o dal Perù, non occidentale; un colore Shocking, puro e non diluito. Così chiamai il profumo Shocking (*)

Libera la sua fantasia e infrange ogni regola pratica, collaborando con i grandi surrealisti, quali Dalí e Man Ray, che la portano a realizzare opere bizzarre e stravaganti, come il cappello a forma di scarpa o di costoletta d’agnello, il cappotto con i cassetti, i guanti con le unghie o un modello da sera che mostra vistosi strappi da cui appare un fondo rosso come fosse carne viva …

«Un abito Schiaparelli è come un quadro di arte moderna» recita il New Yorker nel 1932.

E, se da un lato troviamo nelle sue collezioni vestiti non indossabili, dall’altro la stilista è convinta che l’abito debba essere a servizio della donna e si inventa vestiti che permettano di essere curata e attraente in qualunque tipo di attività.

Gonne pantalone «graziose, femminili e meno pretenziose delle gonne», indossate dalla tennista Lilí de Álvarez, spalline create per dare l’impressione che la vita fosse più sottile, grembiuli o vestiti da cucina, per permettere alle donne di essere attraenti persino cucinando, o le imbottiture del reggiseno: Elsa Schiaparelli ha in mente una donna libera e indipendente che possa fare tutto senza dimenticare l’estetica.

La Schiaparelli chiude la Maison nel 1954 e si spegne nel sonno il 13 novembre 1973, all’età di 83 anni.

Anche se il suo ricordo rimane opaco e sfuocato, Elsa Schiaparelli, la nipote del grande astronomo, non verrà mai dimenticata nel mondo della moda che, a intervalli, la ricorda come stilista di assoluta avanguardia cui ispirarsi.

Nel 2007 Diego della Valle acquista i diritti del marchio e inizia un lento recupero della maison. Nel 2012 viene realizzata, al Metropolitan Museum of Art di New York, la mostra Impossibile Conversations, in cui vengono accostate due importantissime figure della moda e dell’arte italiana: Elsa Schiaparelli e Miuccia Prada. Per l’occasione viene realizzata una conversazione impossibile tra le due grandi stiliste, sullo stile di quelle realizzate da Miguel Covarrubias per Vogue negli anni Trenta.

Nel dicembre 2016 esce una rivisitazione della giacca Zodiaco, ad opera di Bertrand Guyon, design director della rinata Maison, che ritrova negli astri, nelle stelle, nei pianeti il marchio indelebile della stilista che, forse, allo zio Giovanni e ai suoi voli pindarici su Marte deve parte della sua fortuna.

Saranno, queste, anche cose inutili ma danno tanto piacere e tanto lavoro a così tanta gente … (*)

 

(*) da Schoking life, Autobiografia di un’artista della moda, Elsa Schiaparelli, 2008

articolo estrattto da “Cieli d’inchiostro” rubrica a cura di Agnese Mandrino · Mauro Gargano · Antonella Gasperini
della rivista “Il Giornale di Astronomia” – n°1 de 2018

Orion – Metallica

Che il basso sia lo strumento in grado di conquistare e catturare l’attenzione più di ogni altro lo dice la scienza. Uno studio condotto da psicologi, neuroscienziari, biologi, ingegneri e medici di diverse Università degli Stati Uniti ha dimostrato che il ritmo viene guidato dai suoni a più bassa frequenza (mentre la melodia viene condotta principalmente dai suoni più acuti).

Un suono a bassa frequenza è caratterizzato da onde sonore con una grande lunghezza d’onda (il trucco è ricordarsi che frequenza e lunghezza d’onda sono inversamente proporzionali: se una cresce, l’altra diminuisce – grande lunghezza – bassa frequenza), onde lunghe  che hanno bisogno – perdonate la banalità –  di corde più lunghe

Ora, che Orion, brano interamente strumentale dei Metallica, sia uno dei pezzi più amati, emblematici e significativi della band invece ce lo dice la storia della musica.

Nata con l’idea di rendere sempre più potente e veloce il sound metal,  contaminandolo con la scena hardcore, la band capitanata da James Hetfield  rivoluziona la musica – la musica in generale, non solo il metal –  già 1983 con l’album Kill ‘em all, consolida le sue intenzioni con Ride The lightning (1985)… e conquista la fama mondiale con Master of puppets.

Un successo epocale per un “sotto-genere” del rock che incontrerà la stanchezza, il pessimismo, le ire di giovani  – e non – pronti ad urlare il proprio dissenso e la propria rabbia verso il “sistema” e a cercare un po’ di conforto in un disagio collettivo.

“E’ inutile attendere l’Apocalisse, perchè è già in corso e promette di essere lunga ed estenuante. I Metallica la narrano con chirurgica freddezza, sulla scorta di un sound poderoso e avvolgente, cupo oltre i limiti, vero archetipo di gotico moderno”. Guaitamacchi E., La storia del rock

I metallica offorno un’immensa evoluzione stilista al metal con brani lunghissimi e strutturati, caratterizzati da cambi tempo che danno poche possibilità di commercializzazione. Eppure la loro fama vola… E’ il passa parola a vincere.

Costruito come opera in tre tempi (la canzone parte in 4/4, poi passa a  6/8, per tornare ai 4/4) in cui l’ultima riprende la prima, Orion celebra le capacità visionarie di Cliff Burton; il basso è il vero protagonista del brano che dopo aver costruito il riff si prende due spazi da solista nel brano dalla durata di 8:33 minuti.

Pubblicato il 3 marzo con l’album Master of puppets il brano non viene mai eseguito dal vivo da Cliff Burton a causa della sua prematura morta avvenuta per un incidente stradale nel settembre del 1986. Solo con l’arrivo del bassista di Robert Trujillo il brano viene proposto interamente nei concerti: nel 2006, ventennale di Master of Puppets, il brano è riproposto interamente in tutti i concerti.

Non avendo un vero e proprio titolo ed essendo un’opera un po’ “nebulosa” il brano viene  intitolato Orion in onore della famosissma Nebulosa di Orione, uno degli oggetti  celesti più fotografati e sorprendeti del cielo.

La Nebulosa di Orione è uno – strano – oggetto celeste apparentemente posto sotto la cintura di Orione; si tratta di una zona di formazione stellare ad una distanza di circa 1300 anni luce dalla Terra: la più vicina al Sistema Solare.

Le nebulose sono chiamate così fin dall’antichità per via del loro aspetto biancastro e lattiginoso, simile ad una nuvola. Una delle più belle descrizione della Nebulosa di Orione è contenuta nel Sidereus Nunicus di Galileo Galieli che, grazie all’uso del canocchiale, per primo nella storia, documenta lo stupore di scoprire che

(meraviglia ancor  maggiore) gli astri chiamati finora dagli astronomi NEBULOSE son raggruppamenti di piccole stelle disseminate in modo mirabile: e mentre ciascuna di esse, per la sua piccolezza e cioè per la grandissima distanza da noi, sfugge alla nostra vista, dall’intrecciarsi dei loro raggi risulta quel candore” Galileo Galilei, Siederus Nuncius, 1610

Oggi sappiamo che si tratta di una vera e proprio nursery celeste al cui interno gli astronomi hanno trovato migliaia di giovani stelle, dischi protoplanetari e immensi movimenti di gas e polveri.

Ma soprattutto, essendo così vicina e facile da osservare (nel cielo invernale la si può distinguere persino ad occhio nudo) il telescopio spaziale Hubble l’ha fotografata più e più volte regalandoci immagini di straordinaria bellezza e potenza…

Potenza comunicativa, potenza visionaria, potenza musicale…

Pronti per il viaggio?

ORION!

 

 

 

 

“Grande Giove!” Ritorno al futuro

“Grande Giove!” – Ritorno al Futuro

Paradossi temporali, viaggi nel tempo… tra scienza e fantascienza

 – Conferenza di Ilaria Arosio –

Una brillante sceneggiatura, straordinari personaggi cuciti su abili attori e un pizzico di scienza.
Questa la ricetta perfetta di Ritorno al futuro, il film che è
diventato un evento culturale degli anni ’80.
Con abile mano Robert Zemeckis, regista, e Bob Gale, sceneggiatore, hanno saputo costruire un’avventura straordinaria nascondendo tra battute, immagini e musica un’impalcatura scientifica di tutto rispetto.
Complice la relatività di Einstein, l’energia nucleare, l’entropia e la creazione di universi paralleli Marty McFly e Doc Brown si sono ritrovati viaggiatori del tempo alle prese con tutti i paradossi logici del caso.
Un incontro per scoprire quanta scienza si nasconde tra le pieghe di questa strabiliante storia e mostrare come la scienza e i film possano servire semplicemente a farci divertire!

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Vedi gli appuntamenti in programma della conferenza

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